
domenica 21 giugno 2009
giovedì 18 giugno 2009
Introduzione
Il termine "paradosso" deriva dal greco paradoxon, composto da parà (contro) e doxa (opinione). In antichità il paradosso si identificava con l'affermazione insolita, non conforme all'opinione comune. Con lo scorrere del tempo la storia caricò il termine di significati quali "assurdo" o "logicamente impossibile" o "contraddittorio". Oggi intendiamo il paradosso come un argomento sorprendente, poco credibile ma molto probabile, o poco probabile ma molto credibile. È dunque necessario restringere la sua accezione. Un paradosso è «una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile». Il paradosso risulta perciò incredibile, stupefacente. I paradossi sono angoli oscuri inesplorati dalla nostra fallace conoscenza. Spesso i paradossi sono dovuti a una visione incompleta della realtà o a preconcetti a cui la tradizione ci ha ancorato senza nemmeno che ce ne accorgessimo. I paradossi hanno giocato un ruolo drammatico nella storia intellettuale, spesso anticipando rivoluzionari sviluppi nella scienza, nella matematica e nella logica. «Di tutti i caratteri dei paradossi, il più interessante è la loro capacità, talvolta, di essere molto meno inutili di quanto non sembrino». Nel suo saggio "C'era una volta un paradosso", Piergiorgio Odifreddi ricorda che componendosi un argomento di premesse, ragionamento e conclusione, è possibile dividere i paradossi in tre categorie principali:
- «Un paradosso è logico, o negativo, se riduce all'assurdo le premesse su cui si basa. L'attributo "negativo" non è da intendersi in senso denigratorio. Significa soltanto che l'argomento mostra l'inaccettabilità di assunzioni apparentemente innocue, e spesso implicite. E stimola una rifondazione delle aree del sapere che su di esse, consciamente o inconsciamente, si fondano».
- «Un paradosso è retorico, o nullo, se si limita ad esibire la sottigliezza di un ragionamento, o ad esaltare l'abilità di chi lo produce. Usato didatticamente o letterariamente, l'artificio può anche essere efficace. Ma come metodo filosofico rischia di ridurre la cultura al sofismo, e per questo fu severamente criticato da Platone nel Gorgia».
- «Un paradosso è ontologico, o positivo, se attraverso un ragionamento inusuale rafforza le conclusioni a cui arriva. A questo si riferiva Schopenhauer, quando diceva che «la verità nasce come paradosso e muore come ovvietà». O Quine quando notava che «quello che per uno è contradditorio, per un altro diventa paradossale, e per un altro ancora banale». Quanto ai modi, sono anch'essi molteplici. Oltre al ragionamento formale, nudo e crudo, alcuni paludamenti e figure letterarie si prestano particolarmente bene all'esposizione di argomenti paradossali. Ad esempio, l'enfasi di un'iperbole, quale: "Tutto è paradosso"».
Una volta classificati i tipi e i modi dei paradossi, ci si può domandare che farne. Tutto dipende dall'atteggiamento con cui essi sono considerati, che può andare dal tragico all'umoristico, dal rifiuto all'accettazione. Mentre Aristotele e Russell (formulatore di una delle più celebri antinomie della storia del pensiero logico e matematico del '900) hanno aborrito il paradosso come la natura il vuoto, pensatori come Hegel lo hanno reso parte integrante della loro filosofia. E mentre Kierkegaard si è spinto oltre i limiti della ragione facendo presa su premesse indimostrabili, Kant ha usato il paradosso per farsi beffe di chi credeva di credere mentre si illudeva di pensare. Scrittori come Kafka e Pirandello hanno costruito opere letterarie su girandole di situazioni paradossali. Dove artisti come Brunelleschi hanno fuggito il paradosso cercando regole prospettiche, altri, come Mondrian, hanno cercato la vera visone del reale oltrepassando la realtà percettiva e illusoria dei sensi, sforando in ciò che noi definiremmo irreale. Olbers ha gettato nel buio il sistema cosmologico del suo tempo partendo da un fatto paradossale facilmente osservabile nella vita di tutti i giorni.
Tre volte nel percorso dell'umanità i paradossi furono al centro dell'indagine scientifica. I nomi con cui vennero chiamati di volta in volta riflettono di per sé gli atteggiamenti che si tennero nei loro confronti. Gli antichi greci li chiamarono paralogismi, i medioevali insolubilia, i moderni antinomie o, per l'appunto, paradossi. Dalla loro definizione quali umili errori logici, ragionamenti scorretti, i paradossi divennero dilemmi, misteri insolubili pronti a far battere il capo a qualunque scienziato, per poi essere rivalutati infine come affermazioni contrarie all'opinione corrente, tesi insolite, spesso tali a causa di una visione troppo limitata. Essi oggi, valorizzati come indizi, noccioli di verità sconosciute, spingono all'indagine e alla scoperta del divario tra tradizione e logica, rendendo a volte necessaria la dolorosa revisione delle credenze o di una logica che ci eravamo convinti fosse tale. «Alla luce dei nuovi concetti introdotti per risolverli, i vecchi paradossi non solo cessano di essere tali, ma si trasformano addirittura in nuovi teoremi o definizioni, e appaiono finalmente come pure e semplici verità».




